Regime Forfettario 3 forfettari su 10 pagano la flat tax al 5%

Regime Forfettario: 3 forfettari su 10 pagano la flat tax al 5%

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Il regime agevolato cresce ancora: oltre 242.000 nuove aperture nel 2025. Ma emergono luci e ombre, tra “falsi autonomi” e preoccupazioni della Corte dei conti sul nanismo imprenditoriale.

Il fenomeno: quasi un forfettario su tre paga il 5%

Quasi tre forfettari su dieci applicano la flat tax nella versione più vantaggiosa: l’aliquota ridotta al 5% invece del 15%. Secondo i dati elaborati da Il Sole 24 Ore sulle statistiche del Ministero dell’Economia e delle Finanze, il 29,6% dei contribuenti che hanno aderito al regime forfettario ha applicato l’imposta sostitutiva nella sua misura minima, riservata ai primi cinque anni di attività per le “nuove iniziative produttive”.

Questo dato spiega, almeno in parte, il successo crescente del forfait: nel solo 2025, ben 242.529 nuovi numeri di partita IVA si sono aperti scegliendo questo regime. La possibilità di versare il 5% sul reddito imponibile — calcolato in modo forfettario e ulteriormente ridotto dai contributi previdenziali obbligatori — rende il regime difficilmente battibile in termini di convenienza fiscale per chi ne possiede i requisiti.

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📊 Cifre chiave

IndicatoreValore
Forfettari che pagano al 5%29,6%
Nuove partite IVA forfettarie nel 2025242.529
Totale aderenti dal 20162,2 milioni
Reddito medio dichiarato (2024)17.110 €
Soglia di uscita dal regime85.000 € di ricavi

Settori a confronto: chi usa di più l’aliquota al 5%

La quota di forfettari che applica il 5% varia significativamente da settore a settore, riflettendo dinamiche diverse di apertura e struttura delle attività:

  • Ristorazione e bar: 45,9% — il dato più elevato, indicativo di un settore con alta rotazione di aperture
  • Costruzioni: 43,3% — riflette il recente boom edilizio (Superbonus e incentivi)
  • Professioni (ordinistiche e non): 23,9% — un dato molto più basso, che segnala una platea consolidata e stabile nel regime da oltre cinque anni

In altri termini, nel campo delle attività professionali, tre quarti di chi ha applicato il forfait nelle dichiarazioni 2024 era già nel regime da più di cinque anni — o comunque, all’avvio, non aveva i requisiti per beneficiare del 5%.

Il peso crescente delle professioni nel forfettario

Dal 2016 — anno in cui il regime forfettario si è consolidato come principale regime agevolato per le persone fisiche, dopo la progressiva dismissione del vecchio regime dei minimi — l’incidenza delle attività professionali sul totale dei forfettari è cresciuta dal 33,1% al 35,2%. Questo aumento progressivo pone interrogativi sulla natura reale di molte di queste posizioni.

La Corte dei conti ha sollevato più volte la questione, chiedendosi — in particolare per le professioni — quanto il grande numero di posizioni sia collegato a una frammentazione strumentale delle attività. Secondo i magistrati contabili, sarebbero necessarie indagini specifiche per fare chiarezza su questa tendenza.

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Il fenomeno dei “falsi autonomi”

A gettare ulteriore luce critica sul regime forfettario è un rapporto pubblicato dall’INAPP (Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche) a gennaio 2025. Lo studio ha evidenziato la diffusione dei cosiddetti “lavoratori dipendenti mascherati” o “falsi autonomi”: lavoratori autonomi senza dipendenti che dipendono quasi esclusivamente da un unico committente e non hanno controllo su tariffe, orario di lavoro o strumenti utilizzati.

Secondo l’indagine INAPP-Plus 2024, in Italia si contano circa 494.000 soggetti in questa condizione, per lo più giovani e a basso reddito — un dato coerente con il reddito medio di appena 17.110 euro annui dichiarato dai forfettari.

La Corte dei conti: il forfait frena la crescita

Le preoccupazioni istituzionali non si fermano al fenomeno dei falsi autonomi. La Corte dei conti ha più volte denunciato il rischio che il regime forfettario agisca come un “freno alla crescita dimensionale delle attività”. L’agevolazione fiscale potrebbe disincentivare i titolari di partita IVA dall’assumere personale o dall’investire in espansione, pur di non superare il tetto degli 85.000 euro e perdere il regime agevolato.

In questo senso, il forfait alimenta due fenomeni critici:

  1. Il nanismo imprenditoriale — la proliferazione di micro-attività che rimangono artificialmente piccole
  2. La possibilità che alcuni soggetti operino collettivamente, frammentando però formalmente le attività in più posizioni individuali per beneficiare della flat tax

Nota sulla soglia di uscita (aggiornamento 2023): Chi supera gli 85.000 euro esce dal regime forfettario dall’anno successivo. Chi supera i 100.000 euro nello stesso anno cessa immediatamente di applicare il forfait — la vecchia regola del “doppio soglia” (170.000 euro) non è più vigente dalla riforma fiscale del 2023.

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❓ Domande Frequenti (FAQ)

Chi può applicare la flat tax al 5% nel regime forfettario?

L’aliquota ridotta al 5% si applica nei primi cinque anni di attività per chi avvia una nuova iniziativa produttiva. I requisiti principali sono: non aver svolto attività d’impresa o professionale nei tre anni precedenti, non continuare un’attività già svolta in precedenza (anche come dipendente), e non aver acquistato un’azienda preesistente. In assenza di questi requisiti, si applica l’aliquota ordinaria del 15%.

Qual è il limite di ricavi per restare nel regime forfettario?

Il limite è fissato a 85.000 euro di ricavi o compensi annui. Superare questa soglia comporta l’uscita dal regime a partire dall’anno successivo. Se i ricavi superano 100.000 euro nel corso dell’anno, l’uscita è immediata già dall’anno in corso (soglia aggiornata dalla riforma 2023 — la precedente regola del “doppio soglia” a 170.000 euro non è più in vigore).

Come si calcola il reddito imponibile nel regime forfettario?

Il reddito imponibile si determina applicando un coefficiente di redditività ai ricavi — non in base alle spese effettivamente sostenute. Il coefficiente varia dal 40% all’86% a seconda del codice ATECO dell’attività. Dal reddito così ottenuto si deducono i contributi previdenziali obbligatori, e sull’importo residuo si applica l’imposta sostitutiva (5% o 15%).

Quali altri requisiti occorre rispettare?

Oltre al limite di ricavi, i forfettari non devono partecipare in società di persone o associazioni professionali con redditi imputati per trasparenza, né controllare SRL che esercitano attività collegate. I redditi da lavoro dipendente o assimilati non devono superare 30.000 euro annui (salvo cessazione del rapporto).

I forfettari devono applicare l’IVA in fattura?

No. Il forfettario non addebita l’IVA ai clienti, non la versa all’Erario e non ha diritto alla detrazione dell’IVA sugli acquisti. Le fatture devono però riportare la dicitura di esonero ai sensi dell’art. 1, commi 54-89, della Legge 190/2014.

Il regime forfettario è sempre conveniente?

Non necessariamente. Conviene soprattutto a chi ha poche spese deducibili e redditi contenuti. Poiché il forfettario sostituisce l’IRPEF con un’imposta sostitutiva, non si può accedere alle ordinarie detrazioni e deduzioni IRPEF (carichi familiari, spese mediche, interessi sul mutuo, ecc.). Rimane tuttavia possibile dedurre i contributi previdenziali obbligatori e, in contesti molto limitati, usufruire di alcune specifiche agevolazioni. Per chi ha familiari a carico o sostiene molte spese detraibili, il regime ordinario potrebbe risultare più vantaggioso. È sempre consigliabile un confronto con un commercialista.

Cosa sono i “falsi autonomi” e quali rischi comportano?

Sono lavoratori che aprono partita IVA e aderiscono al forfettario, ma nella sostanza operano come dipendenti di un unico committente, senza autonomia su tariffe, orari e strumenti. Questa condizione è problematica per il lavoratore (che rinuncia a tutele come ferie, malattia, TFR) e per l’Erario (che perde gettito IRPEF). L’INAPP stima circa 494.000 soggetti in questa situazione in Italia.

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